Pensieri da un divano rosso, mentre passa un film d’amore.

Che posso dire dei suoi letti bianchi

dove l’immagino amante, nuda come una sposa

come fosse un futuro già vissuto

o un passato non so.

E non è di perdercisi in quei letti il timore

ma piuttosto di non sopravviverci

di rinascere in qualcuno che non conosco ancora

di vedermi riflesso negli specchi della sua stanza

piena del suo profumo come fosse tana di lupa

perchè di lupa ha i fianchi e negli specchi mostra anche i più nascosti.

Epperò qui il timore non è da meno

qui dove il sopravvivere è così faticoso.

Creazione precaria

Ma cos’è tutto questo sconfinare
dell’azzurro verso il cielo o verso il lago
come ci fosse uno specchio in mezzo
e qual’è il riflesso non si sa.
Così capita a volte d’esser torre
di quel castello a mezza costa o dentro il lago
capita d’essere una sua segreta stanza
dove in segreto qualcuno piange
perchè il pianto più vero si fa in segreto.
Così capita a volte d’esser fango
e rocce e tronchi
e acqua ripida e violenta
pianto rimpianto di precaria creazione
che nei riflessi non c’è.
Così capita a volte d’esser soffio
soffio del suo respiro che alza le onde al cielo
spezza gli alberi forti e sradica i teneri.
Non è in ginocchio che non è preghiera
non è seduto che non è dolore
forse solo non è.
Quello che è è il mancato incanto
la mancata bellezza nelle anime create
riflesso di qualcosa che non c’è.
E noi soggiorniamo in quel riflesso
senza abitarlo mai.

Ecco sì domani

Ecco sì domani esco
perchè oggi da qui si vede bene
il silenzio che fa la neve su ai prati dei narcisi
e i suoi capelli neri.
E la neve vista dai suoi capelli è una coperta bianca
e io l’ho sollevata un poco
sopra il suo corpo nudo e chiaro
che tu guardala ora e non crederci ancora.
Ecco sì domani esco
mi porto un po’ di colori
un verde per il prato
l’azzurro per il vestito
il rosso per una chitarra nuova.
Per la coperta un blu che sembri un lago
e sotto lei lucida d’acqua e viva d’un vivere che incanta
e sollevarla sarà come un’aurora
come la luce del mattino su una chitarra nuova
data agli occhi in una mattina di Natale.
Ecco sì domani forse sarà Natale.

Porta Torre

La porta della torre era un confine
ma ci si poteva passare sotto
giocare sullo sterrato e le foreste tra le mura e la strada
al primo scurire improvviso del cielo casa era il rifugio
oltre la strada la città era straniera, inesplorata.

L’altro confine, dall’altra parte, il lago
anche lì quando non si capiva più dove finisse l’acqua per cominciare il cielo
e le rive svanivano con le case nella foschia
e tutto diventava di un grigiazzurro indefinibile
casa era un attimo.

Ma perchè poi sono uscito nelle città straniere
da dove quasi non si vede più il mio cerchiomondo
e dove se il cielo segna tempesta casa è lontana.
A volte vorrei tornare
che ogni bimbo ha il suo rifugio
e a volte ci torno
ma non c’è più rifugio
nè gioco di bocce dopo il lampo e il tuono.

Sapeva di buono

Ieri l’aria sapeva di buono
un profumo di muschio, e funghi, e terra di bosco
l’acqua cadeva dalle rocce a sinistra per attraversare la strada e ricadere a lago
e che belle le nuvole a mezzo monte, sulle case e sui campanili
il lago quasi non si vedeva
confuso tra l’acqua del cielo e l’acqua della terra.
Sapeva di buono
di muschio e infanzia
eppure ha trascinato tronchi sulla strada
e terra, auto e gente
costringendo tutti a invertire la rotta
per farmi passare dove non volevo passare
che lo sapeva che non ci volevo passare.

Il giardino che non c’è by Franco Bonvini

MasticadoresItalia // Editora: Ylenia Ely / Fundador de Masticadores: J re crivello

Il blog di Franco

Pian piano i luoghi che ti son piaciuti cambiano
e non parlo dei paesaggi, delle cose o delle case,
è qualcosa nell’aria, troppo piena e pesante
come una sensazione di non essere più solo
che non ci sia più un rifugio dove poter star solo.
Un posto come quel giardino dietro al portone
in portone a cui non so mai suonare
ma non per non vedere quel che non c’è più
ma perchè in cortile non c’è lei alle finestre
a sorridere e guardare e da lei non ti puoi più nascondere.
Neanche ai gradoni della torre si può stare in pace
la torre col riquadro di cielo
quei gradoni antichi dove una volta ti potevi rifugiare
e allora si prosegue
verso il lago
tra la gente che non tace
e arrivati sulle rive i fiori gridano che non c’è più pace.

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