So dove abitano gli arcobaleni

Li vedi nella pelle delle bolle di sapone,
a volte sulla rugiada dell’ erba
e anche in cielo, appena spiovuto
o negli spruzzi che fanno le cascate, cadendo e rimbalzando.

Ma le bolle possono contenere tutto quello che non succederà mai,
tipo tu in corsa, su un unicorno alato
in fuga sulla curva dell’arcobaleno
in un’improbabile fantasia di impossibili colori
nella luce lunare
piena di sogni.
Tipo tu che apri una fessura sulla superficie,
per farli uscire, o entrare,
senza farle scoppiare.

Nelle bolle
ecco, è lì che abitano quelli più belli
dentro e fuori
ai piedi di una cascata che crea goccioline splendenti sull’erba
dove i ciclamini danzano
sotto un cielo che non succederà mai.

https://www.larecherche.it/testo.asp?Tabella=Poesia&Id=59324

Con lenezza e devozione (Amina Narimi)

Ci sono poesie che sono come musica.
Iniziano “pianissimo” “con lenezza” per proseguire in un “allegro” non troppo ma “vivo” del sole di maggio che scalda la terra e il fieno.
Si fanno “fortissimo” d’improvviso, un “fortissimo feroce” come il pianto.
Proseguono “andante”, sempre meno andante “con respiro” fino a un “andante con dolcezza” per arrivare all'”andante dolcissimo” adagio e cullato dalle nebbie.

Prosegue poi “con grazia” sempre con un respiro sulla bocca e qualcos’altro da tenere in caldo,
dentro gli occhi, da portare con sè verso l’inverno, verso un inno che lenisce, da ascoltare con devozione.
Nel finale “lamentoso” sembra non ci sia proseguo e tutto si fa muto ma poi il lamento e l’ inno rialzano “pianissimo” alla gioia.

Per questa Amina ha proposto la Patetica, piena di Allegri vivi, come il sole di maggio e di Andanti, Fortissimi e feroci, Piani e Pianissimi e poi quel “Con lenezza e devozione”.

Così va letta Amina, seguendo tutti i suoi movimenti. Non solo in questa ma in tutte le sue poesie.

 

amina narimi

Con lenezza e devozione
tra le andane del fieno di maggio
la preghiera si è fatta improvvisa
come il pianto di un bimbo che cade;

un crepuscolo appena di versi,
un respiro inconscio e dolcissimo
che la luce non vuole turbare
fingendosi in mezzo alla nebbia.

Solo questo rimane di lei,
Il fresco sopra la bocca,
e l’amen più primitivo.
Con la nostra cinigia negli occhi

abbassati e sommessi, fratelli,
faremo ritorno al capanno
e finita l’estate saremo
insieme a tutte le Pleiadi

saremo ciò che Noi vede
nel suo riverbero muto
dove l’inno e il più sacro lamento
vanno insieme alla gioia.

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I nuovi Lilith

“Imagine there’s no countries
And no religion, too”

Forse non è una visione utopistica del futuro ma del passato
-Imagine Lilith living life in peace-

Quando Lilith uscì dalle acque aprì gli occhi alla luce
la terra era asciutta, accogliente e colorata
piena di alberi su cui andò a rintanarsi.
Stava distesa sui rami, a scaldarsi il sangue al sole
stava distesa e si bastava
il mondo così si riempì di Lilith
mentre gli alberi riempivano d’ ossigeno l’aria.

Un’aria così leggera, profumata e invitante che alcune misero ali per navigarla
poi braccia per scendere a terra tra l’erba
e gambe, con tutto quello che c’è ancora oggi tra le gambe.

Non era più lei, pur essendo sempre lei
ma qualcosa di più forte, per spostarsi
esseri più intelligenti, forse
di sicuro più stronzi.

E se la mangiarono.

Per questo è indimenticabile
è dentro tutti noi
letteralmente.

Guardando agli alberi sognamo i sogni che sognava.

E ci manca, costretti sempre alla ricerca del sesso.

Quotidiana spera

Non venire come sogno
ma come cosa vera
non come miracolo
ma quotidiana spera.


Questo perchè stanotte ho sognato di lei
come fa il vento quando passa tra i fianchi delle valli.

Questo perchè la valle in sogno diceva spettinami
spettinami i fianchi e l’erba e il bosco
e in fondo, mostrava due desideri già aperti e splendenti.

Ma tu non venire come sogno
ma come cosa vera
non come miracolo
ma quotidiana spera.


Questo perchè ne ho un altro qui
non è un sogno e forse
se gli canto una canzone in rosa
si aprirà.

20200627_161639

Sulla via del respiro

https://www.larecherche.it/testo.asp?Tabella=Poesia&Id=59199

 

Capita anche questo.
Esco, per fare un giro
alla ventura, a prendere un po’ d’aria
a respirare un po’
e trovo una via consortile del Respiro..

! Come fai a non seguirla
a non arrivare alla piazza della bagnante ignuda
luccicante
che si rinfresca di spruzzi al sole.

Ma è solo una tappa, un saluto
la strada prosegue
e scende a curve, e tornanti
incalzante
finchè si adagia di fianco a un’altra via.

Una via calma e lenta
piena d’alberi, dentro e fuori
e che ne imita il colore.
Gli abitanti ti vedono e si mettono in posa, per un saluto
ma il più monello si stanca subito
si volta e ti mostra il popò
affondando il becco nell’acqua
che forse ha fame.

Sono rimasto li un tempo che non so.
Risalendo poi un’altra strada diceva di un bosco
con in cima una chiesetta
e una cappella dei miracoli
con dentro angeli violinisti
suonatori di piatti e tamburi
organisti
e un bimbo in bocca a un lupo
Lei sopra
E non c’era paura per il bimbo.
E il mio miracolo l’avevo già avuto.

Sull’ultima rampa ripida

https://www.larecherche.it/testo.asp?Tabella=Poesia&Id=59188

A me capita ancora
proprio sull’ultima rampa ripida
prima del grande prato dei narcisi
di rompere la catena.
E resto lì, coi freni tirati, sul crinale tra due prati ripidi.
Per fortuna porto sempre giunti
e un cacciaspine e pinze
e un sasso lo trovi ovunque.
Certo che non è facile, sull’ultima rampa,
rimediare e ripartire.

Ma tutto questo è un ricordo
come la moto
come il tempo
in cui si potevano percorrere i crinali.
Oggi devi salire a piedi
se vuoi vedere i prati.

Eppure a me capita ancora
proprio sull’ultima rampa ripida
di restare con i freni tirati
e non ho giunti o cacciaspine nelle tasche
ma quello che c’è basta sempre,
per ripartire.