L’ odore della musica

Hai mai sentito l’ odore delle valvole calde e rosse?
Non lo puoi descrivere.
Nessun odore puoi descrivere.
Se si potesse,
ti direi che per me è l’ odore della musica.
Per te magari è solo odore di vetro rovente
rame e zoccoli di bachelite caldi
misto a legno caldo e pelle.

Ed è rosso. E dolce.

Sa di mia madre, nei pisolini pomeridiani di bimbo.
Quando cantava.
Quando mi stringevo al suo corpo

cercando con la manina un battito.

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Questa non è una poesia

Quando iniziò la musica
alla festa di Maria Ausiliatrice,
nel piccolo cottolengo,
lei era lì,
proprio davanti al palco.

Non ha fatto molta strada per venire a sentirci, lei abita lì,
vederci non so,
stava con gli occhi fissi al cielo
a bordo della sua sedia spaziale.

Solo un leggero sorriso sulle labbra
e un leggero movimento del piede
a tempo
rivelava l’ ascolto.
Non ha mai smesso.

Fino alla fine del concerto.

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E’ facile non notarla

Non è come un colpo di clackson improvviso
quando ti volti a guardare
e fai un salto indietro
per la macchina che sta arrivando veloce.
Neanche come una nota stonata nel bel mezzo dell’ assolo
che correggi tirando un po’ la corda col dito
per farla sembrare un passaggio voluto.
E neanche le braccia mancanti alla Venere
quelle si vedono bene.

E’ qualcosa nell’ aria,
sempre presente
e prende forma col sole,
entra dai fori delle tapparelle non ancora alzate
o si fa visibile sotto due fotoelettriche
ai lati del palco
in una sera d’ estate.
Prende la forma di quello che ami
e tu è solo quello che vuoi vedere,
quello che ami.
E’ qualcosa che sa ricostruire le braccia alla Venere.

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Un piccolo triangolo di ghiaia

E’ buio qui
sotto i rami di quest’ albero
la luce del sole non passa
ma almeno l’ aria è fresca
che bisogna star attenti a non sudare.

E sta sulle rive di un lago quest’ albero
di fronte a gradini in pietra
che scendono in acqua
lasciando a sinistra un piccolo triangolo di ghiaia
dove i bimbi vanno a giocare.

E’ li’ che andavo anch’io
acqua alle ginocchia
mutande un po’ larghe
che al fratello maggiore cominciavano a star strette
un cimino per canna da pesca.

Questo bastava
non c’ era ieri nè domani
qualche pescetto bastava
da portare a mamma
ne avrebbe fatto un’ ottima cena.

Qui sotto quest’ albero
anche oggi non c’è ieri
nè domani.

lago

Finale rock

Quando sarà l’ ora,
lo vorrei rock.
Un classico finale rock.
Tra rullate di tamburi e colpi di piatti.
Corse veloci su e giù per la pentatonica
e per finire una bella pacca sul manico della chitarra..
per lo stop.
È sempre stata buona con me ma gli piace, lo so.

Oppure una nota troppo alta
un corto tra valvole roventi
che scocchi una scintilla che arrivi alle stelle
veloce e improvvisa
ma giusto alla fine della battuta,
che non si senta che ho smesso di suonare.

Poi il silenzio.
Se proprio non sarà così, due braccia basteranno.

Ma non adesso eh..
C’è tempo.

E non prendetevela con me se non desidero nessun “prima di andare”

 

Non di questo mondo

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https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/poesia/381632/non-di-questo-mondo/

https://www.amazon.it/Non-questo-mondo-sogni-bambino/dp/889233915X/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1524865749&sr=8-1&keywords=non+di+questo+mondo

Ricordi e nostalgia

di  05 marzo 2018

Sembrano fragili ricami le tenui poesie di Franco Bonvini tessuti da  un filo delicato che si dipana dal gomitolo della vita. Racchiudono in un’ aura di silenzio soffusa di nostalgia, la sensazione della mancanza, la tenerezza di un cuore, la leggenda del’amore che si ripete per imparare ad amare  e a lasciarsi amare.

Si intravede nascosta l’anima del poeta che si schernisce , ma preme per voler uscire e scoppia di vita e di sensibilità.

Di pagina in pagina si muove leggera,  in punta di piedi, la madre adorata  con la quale il poeta giocava a nascondino, si ode il suo canto soave; come sogno appaiono lievi le passeggiate nel bosco a primavera a inseguir canti di grilli e uccellini, esperienze nel verde e profumo di torte di mele.

Sembra di percepire, scorrendo lo sguardo tra i versi, un profumo ventoso di brughiera, di bosco, di lago, di una casa antica.

È una Poesia fatta di ricordi, di musica, di amorevole letizia venata di malinconia: carezze tra i capelli per un dolore improvviso, gratitudine per un’anima ormai lontana.

Ma la morte è  rinascita, è compagnia; l’autore continua il suo viaggio con altri amori: la donna, i figli i nipoti, e porta con sè solo i sogni e un piccolo plettro di pochi grammi. La musica compagna fedele per sedare il vuoto.

Continua il sognare all’infinito, sogni come aquiloni senza filo che esprimono nuovi incontri buoni e il desiderio di rivivere le corse in bici, i bagni nel lago, alla ricerca di un’eterna giovinezza tessuta con gli amori della sua vita.

Insieme una chitarra su cui affiorano i segni del tempo e le ferite dell’anima riempite d’oro.