La mia rossa

L’ ho incontrata in giro per Milano,
era il ’69 e si presentava bene
bella, giovane, rossa e con tutte le curve al posto giusto.
Sapevo che era un pò cattivella e graffiante quando voleva
ma è così che la volevo.
Sapeva anche esser dolce se la trattavi con dolcezza
E era un piacere accarezzarla.
Il tempo però è inclemente,
anche se le curve son sempre lì
i suoi segni si vedono.
I primi leggeri, bastava un pò di crema a farli sparire
poi sempre più profondi
ma le davano un’ aria “vissuta” e il temperamento era sempre uguale.
Forse appena un pò più cattiva con l’ esperienza
E sempre bella.
In fondo anche per me il tempo è passato e anch’io ho i miei segni
ma lei è sempre la migliore.
Non cambierei la mia ragazza del ’69 con nessun’ altra.

once upon a time

l’era del wi fi

Sogno d’ inverno

Lo sogno ancora, il bianco silenzioso
così bianco e freddo che neanche il sole che filtra dagli alberi riesce a scaldarlo.
C’è bianco dappertutto nel sogno e vento
che come cosa viva soffia via la neve dagli alberi trasformandola in aguzzi spilli.
Anche i pini bianchi e carichi di neve si confondono col vento
e il camminare si fa duro.
Visto da uno chalet sembrerebbe uno spettacolo magnifico
ma da quel bianco non si vede l’uscita dal bosco e la via del ritorno.
Il tenentino è troppo giovane
fresco di scuola e spaurito
si è perso e non è di molto aiuto.
Puoi solo piantare le tende e accendere un fuoco,
preparare un buon grog di cordiale e limone
per riscaldare e rincuorare anche il tenentino.
Al mattino le braci poi serviranno a scongelare calze e scarponi
forse la bufera sarà passata, passa sempre.
Ci sono venuti a prendere dalla tana dei lupi.

Poi si usciva a guardar le stelle

Della Valtellina ricordo il freddo.

Ma non ho mai capito perchè gli impresari di Milano ci mandassero a Bellinzona,
o sulle rive del lago di Como o ancora in uno sperduto paesino di 4 stalle e un night in culo al mondo
mentre qui a Milano suonavano gruppi di Bellinzona, o Comaschi, o di qualche paesino in culo al mondo.
Però era bello, era bello il viaggio, e costeggiare il lago
con tutti quei paracarri in plastica che facevano un bel rumore sul fondo del pulmino tipo cartolina nei raggi della bici.
E poi le cene prima di suonare a pizzoccheri e formaggi e polenta,
dopo aver suonato invece si poteva uscire a guardar le stelle, sulla riva del lago e sentire i sassi sulla schiena.
Ma della Valtellina ricordo il freddo
e liti al night a colpi di tacchi 12, cachet poco ma con vitto e alloggio che c’era l’austerity e bisognava stare dal venerdì sera al lunedì mattina
vitto a polmoni di maiale e trippa, e camera con coperte gelate in cascina.
Lì la nebbia era bianca, bianca che non capivi dove cominciava la neve.
A proposito di Bianca..
abitava nel paesino di fronte, dall’ altra parte della vallata,
il cantante ci aveva preso una cotta, forse perchè era appassionato di matematica e Bianca sapeva di quei numeri..
tipo gli anni miei appena fatti.

Oggi però, con tutti gli anni appena fatti, e sono un bel numero, è ancora bello
dai palchi nelle piazze di paese si vedono ancora le stelle.

Anima, fonte inesauribile

Credo che accolga i sogni miei e poi li faccia rifiorire
quell’anima vagabonda e alata
che vaga per sentieri cosmici e sonori,
io più terreno cerco tra i sentieri di questo mondo
la sua bocca bambina e le sue sorgenti del latte.

Cerco qualcosa che non c’è in un buio di grotta
spalanco gli occhi al buio
poi accendo torce e luci
e son solo mani dipinte.
Non son di questo mondo le sue mani accarezzanti
ma di un mondo altro
dove mi porta quando le fa rifiorire.

Allora forse son gli stessi quei sentieri
c’è solo un punto dove un prisma li separa
un prisma che separa i suoni in gemiti e sospiri
suoni inudibili fuori da quei sentieri
un punto dove sono uniti.

Forse son solo sogni di un bambino
tutti quei cristalli colorati ancora sui sentieri
prismi che rifrangono stelle e voce
forse son solo io a vedere e a sentire
le mani nude accarezzanti e il riso.

Però sono visioni che stupiscono
e lei ne è la gran fonte inesauribile.

Once upon a time…

Mamma guarda dall’alto

Davanti casa mia prima che ci costruissero c’ era un terreno incolto
ci cresceva quell’erbaccia che qui chiamiamo sancarlini
alti, un metro è più, più di noi bambini e bambine, con un buon profumo.
Forse Artemisia volgare.
Ci si entrava a giocare, si tracciavano sentieri e strade appiattendoli
come un labirinto, e al centro una piazzetta con magari un palaid preso in prestito a mamma.
Era un rifugio, lì nessuno ci poteva vedere e si passavano bei pomeriggi sotto il sole
ma casa mia era un palazzo di sei piani, mamma stava al quinto
e al rientro mi chiedeva la diagnosi della Luisa
“alura, ma la sta la Luisa?”
Per fortuna la Luisa abitava da un’altra parte.
Ma mamma ancora viene a chiedere qualcosa.

Questa non è poesia

Quando iniziò la musica, alla festa della Madonna,
nel piccolo cottolengo,
che ancora si poteva suonare
lei era già lì, nelle prime file
proprio davanti al palco.

Non aveva fatto molta strada per venire a sentirci,
lei abita lì, nel piccolo cottolengo,
e ce l’avevano portata lì davanti.
Venire a sentirci ecco, a vederci non so,
perchè stava con gli occhi fissi al cielo
a bordo della sua sedia spaziale,
immobile,
in volo nello spazio sonoro.

Solo un leggero sorriso sulle labbra
e un leggero movimento del piede,
a tempo durante le canzoni
diceva dell’ ascolto.
Non ha mai smesso.
Fino all’ atterraggio.

Mariuccia

Stava alla sua seggiola
come una margherita al campo.
Ancora così bella,
la corolla bianca e gli occhi da bambina.
Ti parlava di un passato inventato,
del suo soldatino innamorato,
non ricordava nemmeno che poi se n’è andato
non ricordava nemmeno che soldati basta
e che aveva un amore diverso
una soldatina innamorata.
Parlava a me del figlio mai avuto
e la sua soldatina adesso era la sua bambina.
Sognava di un paio di scarpette al ballo.
Sognava.
Sognava sempre.

Mentre l’ anima se ne stava nascosta e invisibile.
Forse al confine tra due mondi
forse alla casa della zingara sull’ Olona
o a quella sui navigli,
più probabile a quella sul lago, con la sua soldatina.
Sì, è lì che doveva essere, in quella sul lago
tra gli alberi nascosti dalla foschia
nel prato velato di neve.
Aveva freddo.
E l’ aspettava.

zia Mariuccia, partita per il lago in un freddo agosto del 2018.