L’ albero dei cioccolatini

Si ricordò che diceva a tutti che da grande voleva fare il camionista.
Se ne ricordò proprio quando scese dal camion per entrare nella libreria, a cercare qualcosa per il suo bimbo.
C’ era un alberello carico di cioccolatini all’ ingresso, a disposizione dei clienti, uno per ogni cliente.
Una bimba ne scelse uno a forma di babbo Natale, lui invece scelse quello a forma di camioncino.
L’ aveva già scelto una volta, quando mamma glie li faceva scegliere dal grande albero, nella grande sala, tra i fili d’ oro e d’ argento e di luce.
Gli sembrò avesse lo stesso sapore e risentì la voce che glie lo fece scegliere.
Stava proprio accanto all’ albero quella voce, mentre babbo leggeva sul divano, era la sera delle magie così se ne andò subito a letto ma non per dormire.
Avrebbe aspettato il bacio, sicuro, della buonanotte e poi avrebbe aspettato che tutti dormissero per tornare sotto l’ albero, per vederlo, per vedere da dove sarebbe entrato che non avevano camini e tutto era chiuso per bene.
Non riuscì mai a vederlo, si addormentava sempre prima e si svegliava sul divano con la sua copertina che l’ aveva tenuto al caldo, lui era già passato, l’ albero era carico di doni, ognuno con un nome scritto sopra.
Su uno c’ era il suo nome e dentro c’ era il trenino dei suoi sogni, e le casette, e i semafori e le gallerie.
Perchè lui lo sapeva che non era vera la storia del camionista anche se ora è proprio quello che era, lì in una città lontana mentre i figli a casa aspettavano qualcosa.

La bimba intanto si era addormentata su un divanetto vicino all’ ingresso, non c’ era nessun altro così mentre lui sceglieva qualcosa anche la proprietaria della libreria approfittò di un cioccolatino.
Quello a forma di moneta! Che la libreria non andava molto bene con tutti quegli ebook che ci sono in rete e le vendite online… glie ce ne sarebbero volute molte di quelle monete.
Ma il cioccolatino era magico e appena messo in bocca e gustato il sapore pensò che forse non era quello il problema più importante.
C’era tutta una serie di problemi più “piccoli” che avevano molta più importanza.
La morte della madre prima e una serie di delusioni poi l’ avevano spenta, immalinconita, forse era anche per quello che gli affari andavano male… non se ne curava più molto, le sembrava che la gente intorno fingesse di interessarsi a lei ma che in realtà tutti fossero tutti immersi nel loro mondo.
Aveva perso anni così e intanto il tempo passava trascinando quella sua sensazione d’inadeguatezza ed estraneità, si sentiva strana per la capacità di gioire, piangere e soffrire per i suoi libri, per le poesie, per un’alba, per la vista del mare o un tramonto ma non credeva più che ci fossero altre persone come lei.
Il cioccolatino sembrava avesse il potere di farle riprendere fiducia nelle persone, nell’amore e nei sentimenti.
In fondo era felice che la sua idea dell’amicizia non fosse cambiata ed era sicura che presto molte cose si sarebbero risolte…

Altra gente intanto entrava, un generale in pensione scelse un cioccolatino a forma di pigna, che sembrava un po’ una granata. E si ricordò tutte le battaglie, e gli errori e gli orrori.

Una professoressa non sapeva decidersi, guardava l’ albero e non sapeva decidersi, che la vita era quasi passata tra studi e una bella casa, e un uomo con cui dormire e un sogno realizzato che qualcuno gli aveva caricato sulle spalle, come un peso non suo.
La bimba intanto s’ era svegliata, e la tirava per la gonna chiedendole di raccontare una storia. E lei ne sapeva, le aveva studiate.
Sempre più gente entrava, sceglieva un cioccolatino e stava ad ascoltare le storie della professoressa. Storie di fate, di casette di zucchero e cioccolato. Che ascoltare è un po’ come prendere i sentimenti di qualcuno e farli tuoi. Dopo un po’ c’era un bel gruppo di persone, poi il gruppo era come una cosa sola.

Intanto la bimba era sparita,
forse qualcuno era venuta a prenderla,
forse non era più necessario che fosse lì
La professoressa scelse un cuoricino rosso rosso.

Sogno pentatonico

Stavo su uno dei soliti palchi, quelli delle feste di paese,
sotto le stelle.
Al posto delle nostre alogene ai fianchi del palco però c’ erano due potenti fotoelettriche,
tutto era illuminato a giorno, tanto da non riuscire a vedere le stelle nè gli alberi intorno.
Eravamo solo noi e il palco, anzi, a pensarci bene ero solo sotto la luce.
Tutto procedeva bene, la gente si divertiva, finchè il cavo di tensione iniziò a scintillare,
le fotoelettriche lampeggiavano veloci, l’ audio mandava strani ronzii e la gente guardava confusa.
All’ improvviso apparve un ragazzo, non ho visto da dove, spuntò dal buio e saltò sul palco, proprio come facevo io una volta. Ora ci preoccupiamo di mettere una scaletta.
Iniziò ad armeggiare col cavo, senza buoni risultati perchè le fotoelettriche si spensero e tutto sparì nel buio.
Durò qualche secondo poi in un lampo si accese lui, di un bell’ azzurro elettrico, eravamo solo io e lui.. e assomigliava a me.
Gli ho dato la diavoletto e ha iniziato a suonare, erano le canzoni che facevamo da giovani,
I sogni di un bambino.. Decidi.. Tu sei la Verità.. Ma non avevo mai sentito un suono così
un suono che neanche i Celestion più costosi, i riverberi e tutti quegli aggeggini digitali che si usano oggi possono dare.
Non so quanto tempo durò, ma il tempo batteva forte come la cassa di un orologio senza lancette, o quella della batteria.
Quando finì la musica se ne andò, e non volle insegnarmi neanche un trucchetto.
Tu prova, continuava a dire andando, e riprova, tenta, e ascolta.
Ciao.. torno presto.

palco1

La Bacicin (You can say she is a dream)

You can say she is a dream..

Non sbaglieresti
era proprio un sogno la Bacicin
una bella barca bianca e azzurra
un rettangolo di mare e la barca intorno.
Il capitano portava i sub al luogo dell’ immersione, quattro o cinque escursioni al giorno,
loro si lasciavano cadere in quel rettangolo e lui aspettava al sole il ritorno
era il suo lavoro, ma non era quello il sogno.

La sera veniva a prenderci, al molo turististico e la barca diventava un galeone
raccontava di quando era un pirata, molte vite prima, e il mare gli traboccava dagli occhi
occhi pieni di scogli, fari luci della costa e luci di stelle.
Ritto al timone puntava il dito alla costa, e raccontava dei giganti costruttori di paesini,
e li vedevi nel profilo delle rocce,
raccontava delle streghe che li abitavano, e raccontava così bene che le luci delle televisioni riflesse alle finestre delle case sembravano lampi e luci di incantesimi.
Quello era il sogno, il suo, e ce lo regalava.
Poi ci portava a terra, e spariva nel blu.

Chi non ha mai seminato un’ alborella?

Puoi seminare quello che vuoi, un sorriso, una speranza, perfino un desiderio. Se li curi e se li meriti ne raccogli molti di più.
Io da piccolo seminavo alborelle, nel tardo pomeriggio, quando iniziava a calare il sole e il lago indorava ed era l’ ora di rientrare.
Dopo aver arrotolato su un rocchetto il filo attaccato al ramo da pesca e nascosto il tutto in qualche cespuglio ne seminavo una sul prato, tra il lago e il monumento ai caduti.
Non è che ne volessi molte di più, anzi, i frutti erano tutt’ altro.
Ed erano dolci, più precisamente un cartoccino di caramelle comprate con le dieci lire date da mamma per i cagnotti che invece avrei trovato l’ indomani sulle rive del lago.
Poi si rientrava succhiandole, non senza passare dallo zoo, a guardare le scimmie dal culo rosso e dai gesti osceni, così, tanto per una risata.
E ancora oggi se vado al lago davanti al monumento c’è il prato delle alborelle sotto l’ asfalto.
E appena fuori dai giardini uno zoo invisibile.
E’ vero, oggi ci passo fumando una sigaretta ma ri-vedo le stesse scimmie dal culo rosso.
Così tanto per una risata.

Un’ armonica

https://www.larecherche.it/testo.asp?Tabella=Poesia&Id=52685

 

Babbo storceva il naso
e parlava poco
la musica era solo un sogno,
un bel sogno sì,
ma non valeva giorni persi di lavoro
diceva.

Intanto suonava l’ armonica
e anche i fili d’ erba
e l’ aria si riempiva di suoni
tra i narcisi e i ciclamini
sopra Brunate.
Da lassù guardava il lago
e il profilo dei monti all’ altra sponda
e quando guardava all’ altra sponda
aveva la mia stessa età
non misurabile in anni.

E questo ho imparato.
Quando io guardo all’ altra sponda
e seguo il contorno dei monti
come lui, ho la stessa sua età
non misurabile in anni.
E salgo ai narcisi e ai ciclamini
e trovo una fisarmonica che suona.
Basta una gita,
una strada
un colore,
un suono.
Un cannone a metà tra il cielo e il lago
che spara lontano un ricordo.
E risorge.

“E suonare mi tocca per tutta la vita”.

 

 

Bionda o rossa?

Certo che una bella bionda
giovane e fresca
con le sue curve accattivanti non è male.

Ma la rossa…
l’ ho incontrata in giro per Milano, (scarpe bianche come me)
era il ’69 e si presentava bene
bella, anche lei giovane ai tempi,
rossa e con tutte le curve al posto giusto.
Sapevo che era un pò cattivella e graffiante quando voleva
ma è così che la volevo.
Sapeva anche esser dolce se la trattavi con altrettanta dolcezza.
Era un piacere accarezzarla.

Il tempo però è inclemente,
e anche se le curve son sempre al loro posto
i segni si vedono.

I primi leggeri,
bastava un pò di crema a farli sparire
poi sempre più profondi
ma le davano un’ aria “vissuta” e il temperamento era uguale.
Forse appena un pò più cattiva con l’ esperienza.
Sempre comunque bella.

In fondo anche per me il tempo è passato
e ho anch’ io i miei segni,
li abbiamo fatti insieme.

Ma lei è sempre la migliore.

 

“quante volte ci ho provato, quante volte ci proverò,a far cantare le mie mani”

…ma ho ancora canzoni da imparare

Il bar delle gazzose

Ci si trovava lì la sera,
sulle sedie tutte in fila
davanti alla televisione
e c’era Carosello,
e il cielo era bello
e non per la rima.
Si poteva prendere una gazzosa
e una liquirizia col buco come cannuccia.

E dopo Carosello a nanna!
Il sabato però, il sabato si Raddoppia!
e si poteva restare fin che il cielo era scuro
pieno di stelle.
Naso all’ aria,
che l’ aria aveva un buon profumo
e mamma era bella sotto le stelle.

Non era lontano,
ci si arrivava salendo fino alle mura,
costeggiandole poi fino in fondo,
dove le mura svoltano verso l’ asilo delle suore,
era lì.

Oppure si potevano fare le vie interne
e salire di fianco alle mura,
passando dal Lucernetta,
fino all’ asilo,
era proprio lì di fronte.
Non ci voleva molto ad arrivare.

Oggi ancora meno,
il tempo di un sogno.
Senza neanche muoversi dalla poltroncina dondolante.

foto mia

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