Tormentato sogno

Talvolta viene in sogno
coi seni belli e nudi e buoni
e ha l’anima ridente e bella
come la voce tiepida.
E tiepido è il solco dove scorre l’ acqua
letto di fiume alpino
nato da splendente fonte.
Nasconde un poco il viso
con lo specchio che ha nelle mani
specchio che è il sogno
che fino a qui arriva.
Io curioso, aspetto che si volti
a mostrar la schiena nuda e bella e lucida d’olio e di passione
e che poi magar s’inchini
per chissà qual desiderio mio
ma sempre lì mi sveglio
ponendo fine al tormentato sogno.

Il mondo è degli assenti

Forse davvero questo mondo non è nostro
così pieno delle anime degli assenti
inudibili e invisibili, ma molti più di noi.
Ognuno ne ha da uno a cento a fianco
anche milioni
se conti i pezzi di prato che son piaciuti
e le cime dei monti
e altre mille e mille ancora perse nel vento
e l’io di eri e di domani perso nel tempo.
E sono in pace, in un luogo di gioia, sollevati,
o semplicemente non sono,
non sono qui, a girare per centri commerciali e spiaggie
o a far lo struscio in centro
dove andiamo noi per non vederli.
E non vediamo neanche l’altra gente.
Qui ci siamo solo noi, e non ci diamo pace.
Solo a volte al bosco un respiro muove le foglie
o la sera, spente le televisioni la luce dei lampioni illude una presenza.
C’è chi si addormenta il cuore
con qualche goccia di antidolore
o qualche polverina magica che costa più del dolore.

Ma poi quale dolore
se e così bello riuscire a risentire le loro inudibili voci.

Tempesta

E sempre si calmano le tempeste
e un giorno glie lo dirò
che era proprio lei, quello scurirsi del cielo
quell’aprirsi in vortici di colore rosso
quelle due nuvole bianche e grandi, rimaste fuori
ma ancora per poco.

Un giorno glie lo dirò
che prendo il mio stendardo
lo agito contro il cielo, come fosse il corno
dell’unicorno degli arcobaleni
e lo infilo tra le nuvole, che vorrebbero svanire
finchè ritorna il blu.

Sì,
un giorno glie lo dirò
che è così che calmo le tempeste
anche se glie l’ho detto già.

So dove sta l’introvabile

So dove sta l’introvabile,
e lo so perchè un giorno mi sono perso,
perso nelle nebbie e ombre della malinconia
e lì si è fatto trovare,
accanto a un pozzo retinato di sole.

Allora, direte, che introvabile è..
È che da quel giorno ne ho le tasche piene
ne ho riempito tasche e taschini
e lì è fiorito, svelato e senza ombre
vestito di nuovi colori e pelli,
nuovi orli ai pozzi.

Come d’altro mondo lo sfondo.

Devi solo credere che esista,
e che di nuovo si farà trovare
facendosi subito introvabile
per poter così rifiorire.

Perchè non è in quel mondo l’introvabile
né in questo.

È nel credere, con fede.

Think different

Tutti che vogliono il bicchiere pieno
la botte piena
e magari la moglie ubriaca pure.
Se proprio proprio deve,
almeno mezzo pieno.

Ma vuoi mettere mezzo vuoto?
Tutto quello spazio
ci puoi aggiungere sciroppo di menta,
e qualche fogliolina pure,
un pizzico di sambuco
e ghiaccio tritato, fino a strabordare.
L’importante è berselo,
e goderne.

Per quella cosa della moglie..
si può lesinare un poco sugli sciroppi..
così che ci stia un bel po’ di vodka.
Fino a strabordare.

L’importante è sempre bersela
(se è di quella buona anche quella strabordata)
e godersela.

Semino sogni

Io semino sogni,
non importa dove
a volte sono le cime dei monti,
ma solo perchè a me piacciono
come le rive del lago, idem.
Altre volte su un divano consumato,
o su una scrivania, in disordine logico,
come i miei programmi
in cui fatico a ritrovare la riga da modificare,
che poi trovo sempre.

 

Semino sogni
e lo so che può sembrar ridicolo
anche a me
se non fosse che c’è qualcuno che li raccoglie
per cibarsene
e poi li porta al grande prato a fiorire.

E non è per la rima
ma ogni volta è un fiore di stupore.
Un fiore che poi trovo sempre.
Uno stupore di cui essere grato.

 

Nel pomeriggio chiaro e fresco

È un pomeriggio di Maggio mamma

di quelli che -così ci piace a noi-

che andavamo erranti ai prati

oppure giù, fino al fiume

per passare un pomeriggio

felice come pochi.

È un pomeriggio di maggio questo

un pomeriggio errante

verso le cime che mangiano le nuvole

-che più ne mangi più ce n’è-

verso la sorgente che alimenta questo lago brillante,

vedessi oggi com’è.

Dalle cime cadono i deltaplani

come tanti uccelli di Braques

si confondono col bianco delle nuvoe, e volteggiano

e riappaiono più in là.

Intanto pigola forte un anatroccolo

la madre esce veloce dalle foglie

gli dà un colpetto di becco

e poi a fianco prendono a navigare.

Ecco, tutto qui

si è fatta l’ora di rientrare

e poi non servirebbe pigolare.

Metti che la musa metta il muso

E se no che musa è

sarebbe un’ oca giuliva.

Anche quelle andavo a cercare un tempo,

qualcuna l’ ho trovata

e si è anche tolta il muso.

Aveva le tette sgonfie e il culo basso, e grosso,

ma se ne fregava.

Altre sono introvabili,

dietro il loro muso di tette gonfie

hanno il culo alto e sodo.

Ti portano all’ orlo dello strapiombo e ci si nascondono dentro

e sull’orlo scrivono ‘fin qui e non oltre”

Ma fin qui e non oltre era un mio vecchio blog

e lo strapiombo lo conosco bene.

Sono uscito

Sono uscito per andarla cercare

lo ricordo, come fosse tanto tempo fa,

sono uscito a cercarla per boschi

per le panchine in riva al lago

e poi fermo in mezzo alla piazza

attento a destra e sinistra.

E poi un panino alle mura

con calma

tanto per aspettare ancora un po’.

L’ho rincorsa pedalando più dell’ acqua

e del volo del Merlo

sulle tracce del passaggio.

E quelle trovavo

tracce del passaggio di una presenza

una presenza che era già in me.

Come qui adesso, senza uscire,

ha la solita forma, tonda, frastagliata,

di un bianco brillante e bordi azzurri

con un foro al centro che manda raggi luminosi,

ogni raggio un pensiero vaporoso.