Scenografie

La scena mostra due alberi e un pezzo di cielo blu

la cornice è la finestra da cui guardi tu

ecco una stella esce dal profilo scuro e attraversa il cielo

il tempo non l’ho contato, forse qualche ora o forse più.

La scena poi sembra tornare uguale ma uguale non è più

è come se fossero vuoti quei letti bianchi dove ho visto lei.

Rifugio

Sai dell’isola in mezzo al lago?
Appare quando il buio avanza dalle rive
e le case e le cose svaniscono
piano piano,
resta solo lei, collinosa, lussureggiante, in piena luce e baciata dal sole.
Gli uccelli giocano, tra gli alberi,
e i pesci nelle insenature delle coste,
felici.
È tana e non rifugio,
è la tana della gioia.
Rifugio è guardarla
dal buio delle rive.
Rifugio è sognarsi uccello tra i suoi alberi,
o pesce nell’ insenatura.

Non di questo mondo

È come se il mondo parlasse una lingua sconosciuta
che però lui capiva benissimo
ma allo stesso tempo è come sapesse che non sarebbe riuscito a impararla mai.
Le parole stavano tutte stese a terra
come stelle sul pavimento della camera
e lui camminava tra gli spazi vuoti
o nelle pozze di luce disegnate dagli spazi tra le persiane.
Tutto questo dentro un’aria di musica a colori
e ombre sui muri e sui divani.
Amorevoli ombre protettrici.

Quello che avrò

Il vissuto è forse quello che più conta
insieme con l’ affondarci le radici da questo vivere.
Così vado al bosco perchè qualcuno mi ci portava,
e lo so che non lo trovo
ma ricordo i giorni, felici, la gioia
il caldo sulle gambe nude e l’odore delle eriche
la bimba che ha paura dei ragni
il bimbo con l’ archetto e le frecce e l’odore del sottobosco,
la sua spalla liscia.
Quello che cerco è il bimbo sperduto in questa vita stordita.
E poi ci porto i figli, e i nipoti
perchè lì sono stato felice
perchè lì loro torneranno a cercare i bimbi sperduti.

Il vissuto e il vivere,
poi uscendo dal bosco affonderò i rami nel vivrò
che sia vero o non vero, come i sogni, anche quello importa
e la sua spalla ruvida.

Fake di foto mia

Sul sentiero, inaspettata

Un giorno andrò al bosco
lasciando questo divano comodo
andrò al bosco cercando nuovi sentieri
come sempre nei miei soliti giri.
Ci saranno curve sul sentiero
e dopo l’ultima il buio tra gli alberi si farà di un bianco luminoso e invitante.
La vedrò apparire piano in tutto quel bianco
come sbucasse dalle nebbie.
Le previsioni dicono che farà un gran caldo quel giorno
o un gran freddo
e che pioverà se non c’è il sole.
Di sicuro quel giorno saprò che lì finisce il sentiero
mentre quello percorso frana silenzioso nel lago.
Non si può tornare.
Dovranno venirmi a cercare dietro le curve.

Sulle rive del Seveso

Embè? Quello passa di qui
e quello deve bastare
almeno fino a dicembre.
E poi, nel tratto che attraversa il parchetto non fioriscono sacchetti di plastica lungo le rive
anche perchè son di cemento
di un bel colore grigio fogna, senza rami per impigliarsi
però con qualche sasso incastonato qua e là,
chissà per quale bellezza.

Quello deve bastare,
e una panchina
e il rumore dell’acqua
e sapere dove sono le sorgenti alpine.

Novembre

C’è profumo di torta in cucina
di torta e di mele buone.

Ma mamma non c’è in cucina.

Forse la finestra è aperta e il profumo arriva dalle case vicine
ma è mattino presto in questo primo novembre grigio e umido
è ancora buio e non ho neanche alzato le tapparelle
fa freddo e la finestra certamente è chiusa
e mamma non c’è in cucina.

Forse allora arriva da scordati tempi antichi
quando i mesi di novembre erano rosa
e non ricordo se era più buono il profumo di torta o della sua gonna
ma la gonna di mamma non c’è in cucina.

Starò qui, sul divano, ancora un pò
in questa magia di penombra che confonde le cose
e ci puoi vedere quello che non c’è
come mamma che non c’è in cucina ma fa ombre sui muri.

Dal rumore fuori piove
e dovrò alzarle le tapparelle prima o poi
e vedere che mamma non c’è in cucina
e guardare giù, e scendere
e guardare gli iniettori che non schizzano
e l’ auto che non funziona
e mi sporcherò le mani di nero e grasso
e poi sapranno di benzina
e niente,
non sapevo a chi dirlo che mamma non c’era in cucina.

Miti, muse e dee

E danza l’archetipa dea tra i fuochi che l’illuminano nella notte.
E tutte guardano incantate, le anime attorno ai fuochi.
Sapessero come han cambiato forma tutti quegli antiquati miti,
cambiate in un brulichio di minuscoli pezzetti striscianti
e poi svanite come cenere nel vento.
Eppure torna ancora Innanna con la sua barca del cielo a farsi arare il campo
e tutte le anime si fanno contadine
senza riuscire a seminare mai.
Torna, Inanna, alla fine per farsi odiare.
Ma c’è un modo per non odiarla.

Amarla.