Invasa la bocca dalle sue dita

A volte si spoglia a volte si veste
e sempre rapisce lo sguardo di meraviglia
a volte si veste a volte si spoglia
danza sul filo della mia voglia.
Muta la bocca che non sospira
dischiuse le labbra che il gemito ispira
invasa la bocca dalle sue dita
con un desiderio a sostituirle invita.
Come sospeso in quell’aria dorata
guardo i suoi fianchi e il petto che il respiro muove
la stanza è calda e si muove aggraziata
nel caldo affondo come fosse un altrove.
Come in sogno, e fu sogno e sogno sarà
la nuda schiena d’olio bagnata
quotidiana cura per questa realtà
la luce sorprende sempre più inclinata.
A volte si spoglia a volte si veste
corpo di sogno che lascia segni nel mio
a volte si veste a volte si spoglia
non è qui ma sempre toglie ogni mia voglia.

Tutta di rosa avvolta

Così la guardo, tutta di rosa avvolta
e mentre guardo il sogno si fa sempre più reale.
Potrebbe chiamarsi Desideria, o Dama rosa
attrice dei porno più audaci
oppure Rosaspina, ballerina casta di fiabe antiche.
Amante degli specchi
dolcissimi quadri delle mie fantasie
volteggia tra le tende
come una bambina
poi ne esce come fiera
armata di straziante bellezza
con coda di lupa o d’unicorno.
C’è solo lei per qualche attimo
quando si stende sopra i letti bianchi
aperta come un regalo
o ancora da scartare, da intimi rosati e nastri rosa
dolce compagna e amante in sogno
certo anche lei non è di questo mondo.
S’erge, dominatrice splendida come una poesia
nel sogno è come vera
guerriera mi uccide di bellezza e poi se ne va
ma è solo una piccola morte che male non fa.

La casa ai bordi del tempo

Sta come appoggiata al bosco, la vecchia casa dalle finestre chiuse
proprio in fondo al grande prato, dove nei pomeriggi di sole giocavano i bimbi.
Sta, come in attesa, avvolta nelle nebbie che si addensano vicino agli alberi
vecchia colonia estiva ricorda le risa, e i giochi
solo qualche vecchio passa, guarda, e prova a giocare ancora su quel prato
e non gli importa di sudare, la casa ride un po’, come il vecchio
esce anche un po’ di sole, prima di tornare ognuno alle proprie nebbie.

Un piccolo quadrato di cielo

MasticadoresItalia // Editore: J re crivello

By franco Bonvini

La torre d’ingresso alla città vecchia è a cielo aperto
seduto sui gradoni interni della base si vede il cielo
da lì ci piove dentro il sole o l’acqua e il vento
e il tempo andato che si affaccia in quel quadrato non è mai spavento.
E’ un piccolo rifugio, certo non dalle intemperie
forse solo dal tempo che ancora passerà.
Poi verso sera s’alza un suono, una vibrazione o un desiderio
passano luna e nuvole in quel quadrato blu
come se fosse schermo e come se ci fossi tu
perchè le cose restano anche dove non sono più
e crescono, e invecchiano, e forse quelle nuvole sono i capelli bianchi che ora avresti tu
e quel suono la tua voce che non ricordo più.

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Un piccolo quadrato di cielo

La torre d’ingresso alla città vecchia è a cielo aperto
seduto sui gradoni interni della base si vede il cielo
da lì ci piove dentro il sole o l’acqua e il vento
e il tempo andato che si affaccia in quel quadrato non è mai spavento.
E’ un piccolo rifugio, certo non dalle intemperie
forse solo dal tempo che ancora passerà.
Poi verso sera s’alza un suono, una vibrazione o un desiderio
passano luna e nuvole in quel quadrato blu
come se fosse schermo e come se ci fossi tu
perchè le cose restano anche dove non sono più
e crescono, e invecchiano, e forse quelle nuvole sono i capelli bianchi che ora avresti tu
e quel suono la tua voce che non ricordo più.

Gioielli Rubati 193: Antonella Pizzo – Daniele Barbieri – Ginevra DellaNotte – Franco Bonvini – Lucianna Argentino – Raffaele Marcos Delle Femine – Giorgio Andrea Blu – Savina Dolores Massa.

almerighi

Il presentatore diede la parola all’ultimo politico di grido
.
Il presentatore diede la parola all’ultimo politico di grido
che fece salti mortali e come una scimmia si arrampicò sugli specchi
con una giravolta afferrò capra e cavoli.
Il presentatore andò a dormire tardi e sognò di populismi
di necessità e di legislature
un patto positivo e qualche illusione
sognò poi la flessibilità che gli fece piagare la testa.
Il presentatore pensò: non cambia mica molto la cosiffatta storia
sarebbe rivoluzione solo ci fosse una lotta
comunque il peggio è passato spero ora non ricomincino con la guerra dei dazi.
Il presentatore indossò gli occhi all’incontrario e la sua lingua leccò il veleno
che lento la serpe produsse e poi nascose per somigliare all’agnello.
Noi ci alzammo presto e andammo a lavorare senza contratto e garanzie
aspettammo a lungo che passasse il peggio ma il peggio dimorò a casa nostra

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Spalancata immaginabile soglia

Quante ore consumate a immaginarla
e notti e giorni passati a farla e rifarla
con parole o tratti di matita
lei, l’immaginabile infinita.
Su fogli bianchi o letti o negli specchi impudici
sempre diversa e sempre uguale
e luci e ombre a nascondere crepacci e cavità e fessure
poi credere che sia vero, che sia per me la vulva che appare togliendo i tagli e le censure.
E non c’è fine e forse non ci fu un inizio
a quell’immaginabile infinita e eterna
la giovinezza o la vecchiezza sono fuori dal quadro
lo sguardo è fisso sulla spalancata soglia dell’amore.

Andiamo, portandoci l’un l’altro

E’ il canto degli uccellini, sempre uguale a un tempo
o il suono dell’acqua che saltella tra le rocce scendendo al lago
o tutte quelle margherite, e la vista dei monti
il verde e il giallo dei fiori più umili a riportarmi lì?
Lì dove l’acqua si ferma un poco, alle pozze dei bagni estivi
-e esci, che hai le labbra viola-
lì dove mi portava ieri, e in fondo ancora mi porta.
Ma è proprio qui, oggi, su questo piazzale del Mc Donald affacciato sul torrente
che sento forte il mio portarla dentro per le stesse strade
qui ne riconosco o ricostruisco il corpo e il volto e i neri capelli tra le nuvole.
Qui dentro, dove siamo cosa unica.

L’ultima botola segreta

Noi non invecchieremo mai.
Oh, sì lo so che ce ne andremo un giorno
il corpo sfatto e stanco come dopo una gran corsa, una partita o una gran scopata
e passeremo per l’ultima botola segreta ancora da scoprire.
Che poi non sono nemmeno sicuro che sia l’ultima vedrai
ne troveremo un’altra per tornare
per riprendere la corsa, o la partita o quella gran scopata
o anche solo per farci su una gran risata.

Ancora mi perdo

Ancora mi perdo tra le bancarelle del mercato
ancora mi perdo tra bellezza e incanto
non per il glicine che scende dai giardini delle fate dall’alto delle mura
non per le merci esposte ormai tutte eguali e di scarsa fattura
ma per le fate che hanno sempre la mia età che lì riesco a dimenticare.
Non sono sufficienti le parole a spiegare la magia che c’è per me lungo queste mura
potrebbero solo dire del color del glicine e del cielo sopra i monti
del bimbo che contava ogni pietra del pavè tornando a casa
ma non di quello che qui cambia le cose e tiene questi occhi stanchi vivi.
E’ come rivedere ancor le fate a cavalcioni delle mura
è come riprovar l’incanto di vederle lì
intanto io non son più io
sono solo quello che s’incanta a guardarle lì.