Janet Frame: la vita negli oggetti

J-Frame

La “corda”, quella che le compagne di scuola girano per saltarci dentro durante l’intervallo. Janet passa gli anni della scuola primaria sognando non di esser chiamata a saltare ma solo di poter tenere la corda e girarla affinché le altre ci saltino dentro,  sogna di girare quella corda ma nessuno mai la inviterà a farlo.

“un taccuino”

“perline” e “forcine”

La “tazza”..  “una tazza speciale che aveva del filo rosso avvolto attorno al manico per distinguere le tazze del personale da quelle dei pazienti, e impedire così lo scambio di malattie come noia, solitudine, autoritarismo.”

Le “calze di lana” delle quali Janet non può fare a meno durante il trattamento nella convinzione che senza morirebbe di freddo. La calza di lana diviene inoltre un oggetto simbolico del passaggio dalla vita alla non vita dell’elettroshock e del ritorno alla vita, una sorta di oggetto feticcio con un potere accudente molto accentuato: “Metterò delle calze di lana calde ai piedi delle persone in quest’altro mondo…

I “guanti”, i guanti che dovrà indossare per fare piano ogni qual volta si affacci ai sentimenti e alle reazioni: “Capii che avrei dovuto essere prudente. Avrei dovuto portare i guanti, per non lasciare tracce quando m’introducevo di soppiatto nella casa stipata di sentimenti e arraffavo esuberanza depressione sospetto terrore”.

Tratto da http://www.doppiozero.com/materiali/janet-frame-la-vita-negli-oggetti

Dove sei?

Forse in questo sole che scalda l’ oggi?
O nei passati narcisi, sulla colma?
Oppure in una futura viola?
Perchè non è possibile che non ci sei,
da qualche parte devi essere.
Ti vedo nascosta in un brillio
degli occhi di un figlio
o in quelli di una nipotina sempre allegra.
Ti vedo ancora al davanzale a guardarmi giocare con loro.
Stasera anche noi possiamo giocare,
come una volta,
a farci il solletico.
Per scordare un attimo i dolori che t’ho dato.

(perché così facevi tu)

Tienimi la testa sul grembo,
è così che cancellavi i dolori improvvisi,
alla testa, ai denti,
alle orecchie per il cambio di pressione,
scendendo le curve della Serravalle
sui sedili di una seicento in festa.
Carezzami ancora i capelli.

E’ così che ancora ritorni
per accarezzarmi i capelli
ad ogni dolore improvviso.

Al mercato

Il sabato era giorno di mercato,
lungo le mura.
Mi piacevano i colori delle bancarelle,
sopratutto di quelle dei giochi
ma anche di quella della Signora Silvana.
E poi c’ erano i chioschetti delle caramelle..
c’ era sempre qualcosa per me.

Sta chi tacà, la diseva.
Stammi vicino.

Ma io, non so perchè,
incoscienza di bimbo o voglia d’ avventura
mi nascondevo sempre sotto qualche telo.

Non posso pensare all’ animo con cui mamma tornava a casa,
senza me.

Così, appena posso, ci torno,
lungo le mura.

Sun chi, ga disi,
son qui,
al chioschetto per un panino
e un tè al limone
son qui in bellavista
e non mi nascondo più.
Ma è tardi.
Non mi può più trovare.

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Dolore minimo – giovanna cristina vivinetto

Quando anche il tuo nome verrà sbagliato, / farfugliato in sillabe di indifferenza / c’è un dolore minimo / acquattato tra le parole.

Ci aggrappavamo ai nomi / come per un gioco di violenza. / Questo mio nome, che tu conosci / – a te solo appartenevano le sillabe – / io questo nome credevo d’averlo / dimenticato. Ma nei giorni senza scampo / tu me ne rinfacci ogni lettera

Non i luoghi, non le mani che ci afferravano, / non il male che mi dici – e che sfugge / e questa volta ti stupisce alle spalle. / Rimane tutto dentro il tuo nome

Io non so fra quanto e dove / fioriranno i germogli, non so / se avranno un nome o saprò chiamarli.

Così credo che il suono primordiale / di ogni nascita sia una voce che chiama / un nome – è il pronunciamento / che rende vivi, reali. / Allora, che nome hai scelto, papà?

Lei, la Natura, si era appropriata di tutto: / ogni cosa ormai iniziava a portare / il suo nome. Il suo muto inganno.

Non so come l’avessi proprio tu / quello che in vent’anni andavo cercando. / Perché proprio tu e non un altro / – così caro verso questa carne / che a stento si riconosce – / ma per sbaglio nella tasca destra / dei tuoi pantaloni, prima di andartene, / appallottolato ho trovato il mio nome.

 

…e chi fugge dai nomi sappia
che non si sfugge alla nominazione
perché i nomi legano in nodi
di verità strette da calzare,
costringono in sillabe da pronunciare
a detti stretti.

Da far male…

 

http://www.laboratoripoesia.it/dolore-minimo-giovanna-cristina-vivinetto/

vivinetto

14 Nato al lago

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https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/poesia/381632/non-di-questo-mondo/

 

Sono nato al lago
all’ inizio di un lago che subito svolta dietro i monti
così che non se ne vede la fine.
Stavo a guardare gli idrovolanti alzarsi
e sparire oltre i monti,
confini della vista.
Era l’ unica uscita da prendere
e così un giorno l’ ho presa
e oltre la curva altro lago
e altre curve
e poi ancora,
fino alla fine.

Lo conosco tutto ormai
a memoria
eppure riparto sempre dall’ inizio di quel lago
prendo quell’ uscita e ripercorro ogni curva
e anfratto
ancora in cerca di qualcosa
di non visto
e inimmaginabile
che appaia oltre le curve.

Non di questo mondo

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https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/poesia/381632/non-di-questo-mondo/

https://www.amazon.it/Non-questo-mondo-sogni-bambino/dp/889233915X/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1524865749&sr=8-1&keywords=non+di+questo+mondo

Ricordi e nostalgia

di  05 marzo 2018

Sembrano fragili ricami le tenui poesie di Franco Bonvini tessuti da  un filo delicato che si dipana dal gomitolo della vita. Racchiudono in un’ aura di silenzio soffusa di nostalgia, la sensazione della mancanza, la tenerezza di un cuore, la leggenda del’amore che si ripete per imparare ad amare  e a lasciarsi amare.

Si intravede nascosta l’anima del poeta che si schernisce , ma preme per voler uscire e scoppia di vita e di sensibilità.

Di pagina in pagina si muove leggera,  in punta di piedi, la madre adorata  con la quale il poeta giocava a nascondino, si ode il suo canto soave; come sogno appaiono lievi le passeggiate nel bosco a primavera a inseguir canti di grilli e uccellini, esperienze nel verde e profumo di torte di mele.

Sembra di percepire, scorrendo lo sguardo tra i versi, un profumo ventoso di brughiera, di bosco, di lago, di una casa antica.

È una Poesia fatta di ricordi, di musica, di amorevole letizia venata di malinconia: carezze tra i capelli per un dolore improvviso, gratitudine per un’anima ormai lontana.

Ma la morte è  rinascita, è compagnia; l’autore continua il suo viaggio con altri amori: la donna, i figli i nipoti, e porta con sè solo i sogni e un piccolo plettro di pochi grammi. La musica compagna fedele per sedare il vuoto.

Continua il sognare all’infinito, sogni come aquiloni senza filo che esprimono nuovi incontri buoni e il desiderio di rivivere le corse in bici, i bagni nel lago, alla ricerca di un’eterna giovinezza tessuta con gli amori della sua vita.

Insieme una chitarra su cui affiorano i segni del tempo e le ferite dell’anima riempite d’oro.