Unica volta

Non era propriamente una volta celeste
e nessuna freccia la oltrepassò
per arrivare a trafiggere le stelle.

Era solo la volta di una stazione,
tralicci di ferro e lastre di vetro,
grigia e fumosa.
Stavo lì, appeso, e mi chiedevo se ero io.

Se ero proprio io vedermi laggiù,
sul marciapiedi del treno in partenza,
salutare e avviarmi verso l’ uscita
ma poi invertire la rotta, d’ improvviso.
Lei stava al predellino
con un tailleur grigio fumo,
davvero,
come in quella canzone,
e non sapeva dove poggiare le riviste,
come in quella canzone.

Ma durò solo un attimo.
Chiunque sia stato lassù,
dev’ essere sceso, e m’ha ripreso.

Le ho dato solo un altro bacio,
sulla guancia
e mi sono avviato all’ uscita,
verso casa.

Chissà, se eravamo in due quel giorno, su quella volta
e chissà se mi guardava andar via di schiena
e chissà se si chiedeva perchè non torna.

E chissà se sorridevamo di noi
che dovevamo sembrare tanto buffi.

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